L’altra faccia dello shutdown

Nella foga del giorno dopo, il giorno in cui si quantificano le perdite e si assegnano le medaglie, si rischia di confondere la battaglia con la guerra. Con il microscopio si analizza l’infinitamente piccolo mentre il contesto sfugge via; e per valutare uno scontro politico teso e passionale come quello che si è concluso ieri a Washington con un compromesso a tempo, il grandangolo è strumento d’indagine più efficace. Perché c’è il dettaglio, la pennellata politica, e poi c’è la “big picture”, il quadro intero e carico di complessità.
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New York. Nella foga del giorno dopo, il giorno in cui si quantificano le perdite e si assegnano le medaglie, si rischia di confondere la battaglia con la guerra. Con il microscopio si analizza l’infinitamente piccolo mentre il contesto sfugge via; e per valutare uno scontro politico teso e passionale come quello che si è concluso ieri a Washington con un compromesso a tempo, il grandangolo è strumento d’indagine più efficace. Perché c’è il dettaglio, la pennellata politica, e poi c’è la “big picture”, il quadro intero e carico di complessità. Per essere chiari: i repubblicani hanno perso questo round. Non hanno ottenuto il definanziamento dell’Obamacare, hanno abdicato al programma massimo, si sono piegati di fronte alla maggiore compattezza dei ranghi di Barack Obama e dei suoi. Si sono divisi fra l’establishment di John Boehner, che si leccherà a lungo le 144 ferite inferte dagli altrettanti deputati repubblicani che si sono smarcati dalle sue indicazioni, e l’ala intransigente del senatore Ted Cruz, che anche di fronte alla sconfitta non si è piegato e, anzi, ha rilanciato le accuse contro la tiepidezza del suo partito. Ma la “big picture” suggerisce un’analisi diversa.
Basterebbe notare che i repubblicani hanno finito per accettare un compromesso che erano pronti a sottoscrivere fin dall’inizio per smascherare l’errore di prospettiva. Cruz e il compare Mike Lee hanno trascinato sulla scena la battaglia contro l’Obamacare, tentativo programmaticamente titanico e velleitario: l’idea di bloccare una legge onusta di significati culturali e politici passata al Congresso, firmata dal presidente e vagliata dalla Corte suprema è come minimo temeraria. Intransigente, appunto. Il fatto è che nella dinamica politica americana l’intransigenza paga, e non è una faccenda che riguarda il dibattito particolare delle ultime settimane, ma quello generale degli ultimi anni. Il senatore del Texas ha spostato in alto l’asticella delle ambizioni repubblicane e lo ha fatto sapendo che lo scivolamento verso l’intransigenza ha già favorito una più generale tendenza del discorso politico verso destra.
Nel 2011 i repubblicani hanno ottenuto un taglio della spesa pubblica di 917 miliardi di dollari in dieci anni – contraccambiato con aumenti fiscali per i più ricchi, manovra simbolicamente forte ma numericamente minore – e hanno fatto scattare il “sequester”, il taglio automatico alla spesa pubblica. Obama ha deprecato tutto questo con discorsi pieni di accuse alle frange estreme (ancora ieri lo ha ripetuto: “La pressione degli estremi influenza il modo in cui molti membri del Congresso vedono il loro compito”) ma mentre leggeva il suo sdegno nel teleprompter arretrava politicamente. La Casa Bianca ha abbandonato i piani di spesa pubblica per sostenere il mercato del lavoro, ha lasciato cadere la promessa di alzare il minimo salariale, non ha fatto molto per sanare le diseguaglianze economiche, ha tradito la sinistra ambientalista – l’America trivella come non mai – non ha dato corda alla battaglia per i diritti civili, dai processi ai leaker fino alla questione del matrimoni gay, mai impugnata a livello nazionale, e non ha messo piede fuori dal perimetro legale disegnato da Bush per quanto riguarda la guerra al terrore nelle sue varie forme. Su tasse e welfare non si è praticamente mossa, tanto che Ezra Klein, editorialista liberal, suggerisce ai democratici di abbandonare la lotta per tassare i ricchi di concentrarsi sulla crescita, parola assai gradita ai conservatori.
Per converso la destra ha prodotto nuove energie politiche. Tentativi sfrangiati, a volte illusori e pazzotici, spesso minoritari o addirittura carnascialeschi, come nella prima ondata del Tea Party. Ma mentre declamava a braccio il suo sdegno, la destra avanzava in termini di “policy”, cosciente che in guerra si possono perdere alcune battaglie nell’ambito della “politics” e che il successo si misura con il grandangolo. Cruz, che rappresenta un Tea Party in versione Ivy League, è soltanto l’ultimo prodotto di un’intransigenza viscerale e politicamente vivace. La controprova dello spostamento a destra è l’emergere, a sinistra, di una “new new left” (la definizione è di Peter Beinart) ben rappresentata da Bill De Blasio: una forza uguale e contraria all’intransigenza di destra che attacca una linea democratica troppo remissiva per dire cose di sinistra.